L’imperfezione di ognuno di noi

Pubblicato il 10-11-2021 da Michela Bertarelli

Desidero iniziare questa breve lettura con l’affermazione: “Anche Tenzin Gyatso, l’attuale Dalai Lama, ogni tanto si arrabbia, non per questo merita il nostro diniego”.

Non è insolito ricercare e selezionare un modello di riferimento, idealizzarlo ed esemplarsi ad esso; se ci pensiamo bene lo facciamo fin da bambini, vogliamo assomigliare ad un genitore o alla figura che stimiamo, lo rendiamo perfetto ai nostri occhi (quasi intoccabile), e poi cerchiamo di imitarlo e assomigliargli sempre di più. Questo è normale, molti sono gli studi in merito, ma anche la persona alla quale ci ispiriamo non è come nel nostro immaginario.

È proprio da qui che intendo partire: nessuno può essere o diventare perfetto, e non è un ruolo, come l’essere genitore, medico o astronauta, capace di rendere automaticamente la persona sempre idonea, coerente o adeguata alle proprie e altrui aspettative.

Se ci pensiamo un attimo è da queste premesse che nasce l’ansia da prestazione.

Tornando a noi, soventemente desideriamo “essere totalmente felici”, “fare di più”, “agire correttamente in ogni situazione e non commettere mai errori” …

Forse ci diciamo che la perfezione ci renderebbe intoccabili oppure ci permetterebbe, per una volta, di sentirci orgogliosi di noi stessi...ma la verità è un’altra: la perfezione è una chimera: irraggiungibile e non oggettivabile; rende frustrati, fa pretendere troppo da noi stessi e dagli altri, fa cadere la persona in un vortice senza fine di penalizzazione e disagio autoindotto, e sia chiaro, non sto dicendo di nasconderci dietro ad un dito affermando: “Tanto sono così e non c’è nulla che io possa fare”.

È necessario capire cosa desideriamo per noi stessi, valutare se è un desiderio razionale e in seguito visualizzare e pianificare un programma specifico, mirato al raggiungimento della meta desiderata, mediante l’azione.

Nella mia posizione lavorativa si crea spesso l’aspettativa che, essendo io psicologa, possa indicare agli altri la cosa “corretta” da fare (come se il mio pensiero fosse migliore di quello altrui), eliminare il dolore delle persone, prevedere le conseguenze correlate ad una scelta ecc…

Magari!!! (O forse no)

Sfatiamo questo mito: lo psicologo è una persona che ha degli strumenti capaci di aiutare a gestire alcune situazioni spiacevoli, sostiene e collabora nella comprensione di diverse dinamiche interne, e indaga con il paziente quelle risposte che cerca e sono utili all’interno del contesto culturale e di valori in cui vive (non c’è un giusto o sbagliato universalmente condiviso e applicabile).

Lo psicologo accompagna a riflettere su situazioni presenti e passate per evitare che annebbino negativamete il futuro; ma poi la fatica reale, quella di cercare di mettere in pratica le tecniche apprese insieme e affrontare le difficoltà (da quelle più complesse a quelle della quotidianità), sarà esperita dalla persona stessa in quanto nessuno può sostituirci nella nostra vita.

Sarebbe per me più rassicurante promettere la pace interiore permanente, sia per soddisfazione personale nell’aver trovato la soluzione universale che mi frutterà un posto nell’olimpo, sia per avere garantita la possibilità di provarla io stessa (chi non vorrebbe la realizzazione del proprio mondo ideale), ma sarebbe solo una bugia. Come ben sappiamo, tutto è transitorio.

A questo punto permettiamoci di validare il nostro istintivo desiderio di autoconservazione e la speranza di non soffrire. La vita stessa ci insegna che ognuno di noi ha il proprio “bagaglio” da portarsi dietro e non abbiamo potuto scegliere tutto ciò che troviamo all’interno.

Per qualcuno sarà più pesante, per qualcuno un po' più leggero; in parte può dipendere dalla muscolatura di ciascuno, d’altronde se non sappiamo di poterci allenare per aiutare noi stessi ad essere meno affaticati, non lo facciamo.

La psicologia offre degli strumenti per migliorare la consapevolezza dei meccanismi automatici che si attivano, ma è necessario perseverare in autonomia anche al di fuori dalle sedute se vogliamo aiutarci a creare delle nuove abitudini più funzionali ed efficaci per il nostro stato di salute mentale e fisica.

Pensiamo alla palestra, se si va a fare attività fisica è perché si desidera tenersi in forma, lo si fa ad esempio per non avere il fiatone di una persona di novant’anni quando se ne hanno di meno. Ma per ottenere il risultato desiderato, non basterà fare venti addominali una o due volte a settimana e basta, sarà necessario fare lo sforzo necessario per il raggiungimento dell’obiettivo desiderato e poi mantenerlo nel tempo, a volte con più e a volte con meno fatica.

Questo vuol dire che talvolta si cederà alle vecchie abitudini, nonostante la consapevolezza della loro inefficacia, ma ci si può comprendere, non siamo perfetti; e ci saranno altre volte in cui si riuscirà invece a pensare e ad agire in maniera diversa, più in linea con ciò che si desidera per sé stessi.

Per fare ciò è necessario imparare quel che serve per aiutarci a stare bene, poi dopo una pratica accompagnata, si inizierà a procedere in autonomia.

Essere severi e rigidi nei nostri confronti pretendendo traguardi assurdi è inutile e non funzionale; cambiamo abitudini scegliendo mete ragionevoli; a quel punto riusciremo a cambiare noi stessi.